Gender Equality Index dell’Unione Europea: alcuni dati

L’urgenza delle nuove sfide
La storia ci mostra come diritti che sembrano acquisiti definitivamente possono
essere sviliti se non soppressi. Occorre quindi tenerne viva la consapevolezza e
diffonderne il contenuto, renderli esplicativi in particolare con le nuove generazioni.
Oggi le giovani donne danno per scontato tanti diritti, a cominciare da quello del
voto, mentre è importante conoscere la nostra storia, anche perché il cammino per la
parità non è compiuto fino alla fine. La lotta per i diritti non è unicamente una lotta di
genere, ma un cammino per la democrazia e quindi riguarda tutti e tutte; pertanto, è
importante che gli uomini assumano la responsabilità della condivisione della storia
delle donne, perché è una storia che tocca l’intera società.


Il lavoro è ancora terreno di disuguaglianze
La delusione verso le istituzioni espressa negli ultimi anni con l’astensionismo al
voto non ha scalfito il valore di essere elettori: andare a votare è ancora un dovere
civico ed è il modo per influire sulle decisioni politiche che impattano la quotidianità.
Per le donne, tra i diritti conquistati e ritenuti importanti, risulta quello della salute,
mentre per gli uomini contano il lavoro e la cittadinanza.
Sconfortante è la percezione di disuguaglianza nel mondo del lavoro: il 78% riferisce
che non tutti i lavoratori e le lavoratrici in Italia godono degli stessi diritti; a
dichiararlo è l’83% delle donne. Il Gender Equality Index dell’Unione Europea, che
misura il gap di genere tramite indicatori oggettivi, come il tasso di partecipazione
femminile al mercato del lavoro e la segregazione lavorativa delle donne, rileva che
proprio sul fronte lavoro l’Italia fa registrare la distanza massima rispetto alla media
europea, seguita da immigrati, giovani e persone con disabilità fisica.

La scarsità dei servizi di cura ostacola l’occupazione femminile
I principali motivi ostativi all’occupazione femminile sono: la carenza e l’onerosità
dei nidi e altri servizi di cura; la discriminazione sin dal colloquio per l’assunzione di
lavoro che spesso tocca la sfera legata ad una eventuale gravidanza; gli stipendi
femminili inferiori.
Pertanto, quando in una coppia uno dei due si trova costretto a rinunciare al lavoro
per la famiglia, è quasi sempre la donna a rinunciarvi.
La maternità, dunque, si paventa come ostacolo sia all’ingresso nel mondo del lavoro,
sia nella permanenza e nel percorso di carriera. Cosa fare?
I filoni individuati sono due: il “work-life balance” (equilibro tra vita e lavoro) e la
condivisone delle attività di cura dei figli e anche dei familiari anziani. Allo stato,
tuttavia, la necessità di avere più ore a disposizione, il cosiddetto orario flessibile, per
le donne si traduce per lo più in un contratto part time. Il sondaggio rivela un netto no
al part time volontario; la possibilità che esso sia reversibile e che non penalizzi il
percorso professionale.
Sul punto occorrerebbe una seria riflessione in ordine al crescente tasso di longevità
nel nostro Paese che si ripercuote sulle modalità di carriera.
Dalla maggioranza delle risposte emerge una consapevolezza più marcata delle
disuguaglianze e una richiesta più netta di riconoscimento dei diritti femminili
soprattutto nel mondo del lavoro e in ordine ai congedi parentali.
Nelle aziende si sottolinea l’esigenza di rispondere ai bisogni legati alla salute
mentale, all’inclusione e alla violenza di genere.
Quanto innanzi suggerisce che c’è davvero bisogno di ripensare le posizioni della
leadership: il mondo cambia ed è richiesta attenzione al benessere personale
coniugando vita privata e famiglia.
Un altro dato interessante, richiesto al 74%, è il riconoscimento del congedo ad una
persona indicata dalla madre: padre biologico, partner convivente, ma anche nonno o
nonna.

Il rapporto annuale INPS prevede, inoltre, pensioni povere per le donne con un
assegno medio inferiore di un terzo rispetto agli uomini; il lavoro da casa per le
mamme riduce dell’87% il reddito dopo il primo figlio.
A tanto va aggiunta la precarietà nascosta in contratti solo in apparenza stabili: il
55% dei dipendenti non lavora tutto l’anno o non lo fa a tempo pieno.